I carcerati non sono cittadini di serie B

“Riformare o abolire, non può rimanere così com’è”.

Vogliamo aprire questa riflessione con l’invito lanciato da Antigone, l’associazione che lotta per i diritti e le garanzie nel sistema penale che descrive la situazione del carcere con “Suicidi, violenze, recidiva”.

Benché la situazione delle carceri non sia ovunque grave (basti pensare a quello di Bollate che è un modello dal punto di vista riabilitativo e per qualità di vita garantita) la situazione generale, soprattutto, con questa pandemia è in peggioramento.

Il 23 novembre si è aperto a Milano il processo per gli otto agenti di polizia penitenziari del carcere di San Vittore coinvolti nel pestaggio di un detenuto il 6 giugno dell’anno scorso.

In questo caso i poliziotti sono stati inchiodati da un filmato delle videocamere di sorveglianza, ma molti altri sono i casi di sevizie che passano inosservati e che possono portare a conseguenze estreme: nel 2019 sono stati 53 in totale i suicidi negli istituti penitenziari italiani, con un tasso di 8,7 casi su 10 mila detenuti a fronte dei 0,65 suicidi su 10 mila abitanti nell’intero territorio nazionale.

Anche le malattie psichiatriche, spesso causate dalla detenzioni, sono un grosso problema nelle carceri, dove è stato riscontrato che oltre il 27% dei prigionieri è in terapia psichiatrica.

Con l’emergenza sanitaria si è anche tornato a parlare di sovraffollamento, dato che spesso è difficile mantenere il distanziamento sociale e, in generale, le misure anti contagio.

È di oggi l’allarme del Direttivo e la Commissione carcere della Camera Penale di Milano che vi sono ormai quasi 900 prigionieri e 1000 operatori penitenziari positivi.

Queste sono condizioni di vita difficili e pericolose, non giustificabili con il fatto che queste persone hanno commesso degli errori, perché il carcere deve avere come scopo la riabilitazione e, come previsto dall’art. 27 della Costituzione, garantire un trattamento umano e tendente alla rieducazione.

E a tal proposito perché non riflettere sulla possibilità di un’abolizione?

Usando anche come spunto le parole di Francesco d’Errico ,presidente di Extrema Ratio, che dice “L’abolizione non è un’utopia, ma una necessità. Non è solo una questione umana e sociale, ma anche economica: il costo del sistema carcerario italiano, infatti, è di 3 miliardi di euro. Il carcere è un luogo dove la legge non esiste più, esistono solo violenza e cattiveria. Tra quelle mura, lo Stato è stato sconfitto e regna la legge del taglione. Perché, allora, non si riesce ad abolirlo? Perché ci sono troppi interessi economici in gioco”.

Forse l’opinione pubblica ritiene l’abolizione del carcere un passo eccessivo ma, riprendendo la frase di apertura, bisogna o abolire o riformare, per rispetto della dignità umana, per contrastare la recidività, per una società meno criminale.

Giovani Comunisti/e Milano

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